SABRINA MILAZZO O DEL REALISMO TEORICO


di Viviana Siviero



Il celebre dilemma letterario dell’essere o non essere potrebbe essere trasposto alla pittura come “somigliare o differire, questo è il problema”. Sabrina Milazzo e il suo pennello fiammingo, si dedicano all’immagine attraverso un approccio realistico molto acuto. Da sempre la pittura dibatte sul problema della sua coincidenza alla realtà, per forma o contenuto. Sia nel caso del cosiddetto realismo, sia nel caso dei tentativi più estremi delle avanguardie, sovversive nei confronti dell’immagine verosimile. La conclusione più accreditata è semplice ed afferma come nessuna immagine potrà mai coincidere con la realtà stessa, a causa della mutevolezza della natura concreta. Un volto e la sua immagine, per definizione, non potranno essere più vicini per via della verosimiglianza visuale, ma piuttosto grazie ad un avvicinamento emotivo che implica un’interpretazione e quindi sottintende un allontanamento conseguente dalla “copiatura” minuziosa delle semplici apparenze, che, spesso, rischiano di divenire semplice abito vuoto. La pelle è stata più volte abbandonata e ripresa, re-indossata e modificata dopo essere stata rivoltata completamente. Come si pone il lavoro di Sabrina Milazzo in una realtà in cui le immagini e le apparenze si sono imposte al mondo grazie all’attuazione prepotente dell’era pubblicitaria tutt’ora in corso? I suoi soggetti carpiscono dal reale tutti quei modi che ci permettono di riconoscerne l’appartenenza, ma si ritrovano volutamente intrisi in quel voluttuoso magma interpretativo che li determina più di qualunque altra variabile. È Proprio questo a rendere l’arte della Milazzo, dal pennello ineffabile e paziente, un vero e proprio modello di realismo oggettivo. Le forme generano nello spettatore quella sicurezza data dalla capacità di riconoscimento di elementi che appartengono all’oggettività del quotidiano, che vengono immediatamente dopo decapitati di quella sterilità che si trarrebbe da una copia pedestre, spostando la riflessione in un luogo completamente differente che si materializza laddove la nostra immagine si consegna al mondo. Sabrina Milazzo reitera il ritratto di se stessa come trattasse un volto qualunque che si ribattezza non solo in base all’atteggiamento, ma soprattutto grazie all’ambientazione che la personalità sceglie per il proprio corpo: un volto grazioso dai capelli castani che si offre di tre quarti con un’espressione neutra, i capelli sciolti ed una camicetta semplice, l’accenno malinconico lascia che le giornate scorrano fra un impegno e l’altro. Poi, lo stesso viso, iconicamente larsoniano, agghindato come una delle tante donne ormai capaci di ribellarsi a qualunque uomo le odi, grazie a piersing e tatuaggi mostrati come un avvertimento di personalità. La fisionomia continua a ripetersi, ma questa volta immersa in uno zuccheroso set costellato di icone neo-pop leziose ed esteticamente sciocche, che trovano il proprio contraltare in un mascheramento dietrichiano, anch’esso ormai divenuto icona indimenticata di quel fatale e pericolosissimo Angelo Azzurro cinematografico. La stessa realtà si reitera e muta fortemente utilizzando il volto come perno di fluttuazione teso a sottolineare il modificarsi della personalità proprio in funzione della scenografia messa in piedi per il corpo, come se si trattasse di un set cinematografico. Il lavoro di Sabrina Milazzo è prezioso, soprattutto in quest’epoca in cui l’apparenza può salvarci ancor prima di farci rovinare al suolo, grazie a quel progresso che si è dimostrato più veloce della nostra capacità di assimilarlo.

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